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appalti pubbliciAgli appalti di valore inferiore alla soglia comunitaria gestiti mediante la procedura semplificata prevista dall'articolo 36 del codice non si applicano i vincoli alla scelta del criterio del massimo ribasso, previsti per le procedure ordinarie.

La sentenza del Tar Lazio-Roma, Sezione III, n. 6929 decisa nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2016 getta una luce nuova e particolare sulle modalità con le quali applicare l'articolo 36 del codice dei contratti, dedicato alla disciplina delle procedure di gara sotto soglia, mediante procedura «negoziata» e in alternativa alle procedure «ordinarie» previste dall'articolo 59 del medesimo codice: procedure aperte, procedure ristrette, partenariato per l'innovazione, procedura competitiva con negoziazione, dialogo competitivo e procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara quando sussistono i presupposti previsti dall'articolo 63.

Nel caso analizzato dalla sentenza del Tar Lazio, un'impresa, tra le altre doglianze, ha evidenziato per un appalto retto appunto dall'articolo 36, comma 2, lettera b), del dlgs 50/2016 la violazione dell'articolo 95, commi 4 e 5, perché la stazione appaltante aveva utilizzato il criterio di gara del minor prezzo (o massimo ribasso), in assenza dei presupposti che abilitavano tale scelta. Mancavano, secondo il ricorrente, per l'appalto di servizi oggetto della controversa (una piattaforma per la rassegna stampa online) le caratteristiche imposte dalla normativa per avvalersi del massimo ribasso: lo svolgimento di «prestazioni standardizzate», oppure caratterizzate da «elevata ripetitività». Dunque, secondo il ricorso si sarebbe dovuto scegliere il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.

Il Tar, tuttavia, ha rigettato questo motivo di ricorso, alla luce di una lettura molto evolutiva delle disposizioni dell'articolo 36 del dlgs 50/2016. I giudici amministrativi hanno dato particolare rilievo alle previsioni del comma 1 del citato articolo 36, ai sensi del quale «l'affidamento e l'esecuzione di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di cui all'articolo 35 avvengono nel rispetto dei principi di cui agli articoli 30, commi 1, 34 e 42, nonché del rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti e in modo da assicurare l'effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese. Le stazioni appaltanti possono, altresì, applicare le disposizioni di cui all'articolo 50».

Secondo la sentenza, è da enfatizzare la circostanza che la procedura semplificata prevista dall'articolo 36, comma 2, impone all'ente aggiudicatore di «applicare soltanto i principi in materia di contrattualistica pubblica di cui all'art. 30, comma 1, del dlgs 50 e non, puntualmente e pedissequamente, disposizioni specifiche quali quelle invocate da parte ricorrente».

Pertanto, dal tenore della decisione del Tar Lazio, si desume che la disciplina degli appalti contenuta nell'articolo 36 costituisce un sistema a sé stante, nel quale non operano (a meno che non siano espressamente richiamate dalle norme di gara) le disposizioni del codice, ivi comprese quelle relative ai criteri di selezione del contraente. In sostanza, quindi, per gli appalti sotto le soglie previste dall'articolo 36, comma 2, le stazioni appaltanti avrebbero piena libertà di scegliere i criteri di gara (massimo ribasso oppure offerta economicamente più vantaggiosa), senza il vincolo di applicare obbligatoriamente le previsioni contenute nell'articolo 95 del codice, da considerare, quindi, cogenti solo nel caso di utilizzo delle procedure «ordinarie».

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privacy2Il Garante Privacy e ACCREDIA richiamano l'attenzione sulla necessità di attendere la definizione di criteri e requisiti comuni per la conformità delle certificazioni in materia di protezione dati al Regolamento UE 2016/679.

Il recente regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali (Regolamento UE 2016/679) prevede e incoraggia l'istituzione di meccanismi per la certificazione della protezione dei dati personali, nonché di sigilli e marchi, allo scopo di dimostrare la conformità dei trattamenti effettuati dai titolari e dai responsabili del trattamento.

In tale contesto, i soggetti legittimati al rilascio della certificazione sono l'Autorità di controllo competente (per l'Italia, il Garante per la protezione dei dati personali) oppure gli organismi di certificazione.

Tali organismi, in base al regolamento, possono essere accreditati dall'Autorità di controllo competente o dall'Organismo nazionale di accreditamento (per l'Italia, ACCREDIA), o da entrambi (cfr. art. 43, paragrafo 1, del regolamento), secondo i requisiti previsti dalla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17065:2012 (che stabilisce i requisiti per gli organismi di certificazione di prodotti, processi e servizi) integrata da "requisiti aggiuntivi" che devono essere stabiliti dall'Autorità di controllo competente.

Al riguardo, è opportuno evidenziare che in Italia non è ancora stato stabilito dal Legislatore nazionale a chi spetti il ruolo di ente di accreditamento ai fini del regolamento, né sono stati definiti i "requisiti aggiuntivi" per l'accreditamento degli organismi di certificazione (cfr. art. 43, paragrafo 1, lettera b)) e i criteri di certificazione (cfr. art. 42 paragrafo 5).

Su tali temi il Garante sta lavorando congiuntamente alle altre Autorità Ue per la protezione dei dati allo scopo di delineare, entro l'anno, un quadro comune di criteri per accreditare gli organismi di certificazione e per la certificazione dei trattamenti nel rispetto del regolamento.

Il Garante e ACCREDIA stanno inoltre collaborando per poter garantire l'avvio delle attività di accreditamento e certificazione nel rispetto delle scadenze previste dal regolamento, che diventerà definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018.

ACCREDIA e il Garante per la protezione dei dati personali ritengono necessario sottolineare - al fine di indirizzare correttamente le attività svolte dai soggetti a vario titolo interessati in questo ambito - che al momento le certificazioni di persone, nonché quelle emesse in materia di privacy o data protection eventualmente rilasciate in Italia, sebbene possano costituire una garanzia e atto di diligenza verso le parti interessate dell'adozione volontaria di un sistema di analisi e controllo dei principi e delle norme di riferimento, a legislazione vigente non possono definirsi "conformi agli artt. 42 e 43 del regolamento 2016/679", poiché devono ancora essere determinati i "requisiti aggiuntivi" ai fini dell'accreditamento degli organismi di certificazione e i criteri specifici di certificazione.

Il Garante per la protezione dei dati personali è l'Autorità indipendente che ha il compito di garantire l'attuazione della normativa italiana in materia di protezione dei dati personali e rispetto della vita privata.

ACCREDIA è l'Ente unico nazionale di accreditamento designato dal Governo italiano, con il compito di attestare la competenza, l'imparzialità e l'indipendenza dei laboratori e degli organismi che verificano la conformità di prodotti, servizi e professionisti agli standard di riferimento, facilitandone la circolazione a livello internazionale.

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bilancio-integratoTra tutti gli strumenti che oggi le imprese possono scegliere per comunicare con lo stakeholder il più innovativo è rappresentato dal bilancio integrato stante che il report finanziario tradizionale non soddisfa pienamente i nuovi bisogni conoscitivi. Se, infatti, comunicare i rischi dell’impresa poteva sembrare eccessivo fino a qualche anno fa, dall’esercizio 2017 è richiesto dalla normativa.

La direttiva 2014/95/UE e il Dlgs 254/2016 di recepimento impongono un nuovo obbligo alle imprese: quello di redigere una dichiarazione di carattere non finanziario che descriva i principali rischi, generati o subiti, che derivano dalle attività imprenditoriale (prodotti, servizi o relazioni commerciali). L’ambito dell’informativa è ampio e investe i temi ambientali, sociali, il personale, il rispetto dei diritti umani, la lotta contro la corruzione attiva e passiva. Sempre che siano rilevanti, considerando le caratteristiche dell’impresa e del suo business.

In questi decenni le modalità in cui le aziende comunicano con i clienti, i dipendenti, i fornitori, i media e gli analisti si sono modificate sia per soddisfare al meglio le crescenti richieste informative sia per mettere in luce la propria identità e i propri punti di forza. A tal fine, uno dei passaggi fondamentali è stato quello di comunicare le informazioni di natura non finanziaria con il bilancio di sostenibilità sin dai primi anni Novanta.

L’evoluzione più recente è rappresentata dal bilancio integrato introdotto nel 2013 da un gruppo di autorevoli studiosi fondatori dell’ente non profit che ne monitora il framework a livello globale: l’International integrated reporting council (Iirc). La finalità è quella di illustrare in sintesi come l’organizzazione crei valore nel tempo e i portatori d’interesse possono trarne benefici.

All’interno di questo documento sono presentate la “mission” e la “vision” che esplicitano principi e valori sui quali si basa l’azienda e le modalità con le quali raggiungere gli obiettivi connessi a tale etica valoriale. L’Iirc prevede che il bilancio integrato si focalizzi sul concetto della creazione di valore, considerando sei forme di capitale rilevanti - finanziario, umano, naturale, sociale, infrastrutturale, intellettuale - evidenziando in forma sintetica le attività e i dati rappresentativi di un anno d’esercizio. L’impatto informativo e comunicativo, del quale il rapporto integrato dispone, dipende anche dalla struttura con il quale viene redatto. “Mission” e “vision” infatti fungono da “apripista” ad un contenuto alfanumerico per connettere la responsabilità sociale d’impresa al core business più tradizionale tramite un pensiero integrato.

La direttiva sopracitata esprime chiaramente l’importanza della comunicazione di informazioni non finanziarie al fine di accrescere la fiducia degli stakeholder, consumatori e investitori, individuando i rischi connessi all’attività d’impresa. La comunicazione di quest’ultimi, in particolare, assolve a un impegno di responsabilità sociale: scongiura, rendendole trasparenti, prassi gestionali scorrette che possano avere un impatto negativo sull’economia e sulla collettività. Una rendicontazione chiara sui rischi aziendali consente di valutare gli impatti del business nel lungo termine. Essa può pertanto stimolare attività di prevenzione e di mitigazione nonché il perfezionamento dei processi decisionali e di scambio informativo tra il management e il board finalizzato a migliorare il monitoraggio progressivo degli obiettivi di medio-lungo termine.

Il bilancio integrato è da considerarsi ancora all’avanguardia in Italia, seppur si stia diffondendo tra le aziende di maggior dimensione e presenza sul mercato. Secondo studi recentemente condotti, gli Stati che attualmente lo utilizzano sono Sud Africa, Olanda, Spagna, Giappone e Paesi Bassi. Per guardare più vicino a noi, a metà maggio l’Istituto francese degli amministratori (Afa) ha lanciato un documento per sollecitare le imprese a pubblicare il bilancio integrato. Auspicabilmente questa forma di report andrebbe adottato da tutte le grandi imprese. I nuovi obblighi informativi previsti dal Dlgs 254/2016 a decorrere dall’esercizio finanziario avente inizio dal 1 gennaio 2017 potrebbe rappresentare uno stimolo verso questa direzione. Non solo per rispondere a un’esigenza di conformità normativa ma soprattutto per cogliere un’opportunità di rappresentare la propria responsabilità sociale e principi etici del business aziendale.

fonte Sole24Ore 185/17 ER e YY

AdA

Sistema 231Con il prossimo anno, il reporting societario si arricchisce della “dichiarazione consolidata di carattere non finanziario”, introdotta con il Dlgs 30 dicembre 2016, n. 254, in attuazione alla direttiva 2014/95/UE sulla «non financial and diversity information». La “dichiarazione” dovrà essere presentata nel 2018 con i bilanci degli esercizi successivi al 1° gennaio 2017 da parte degli enti di interesse pubblico e dalle imprese di grandi dimensioni e dovrà coprire le materie ambientale, sociale, attinente al personale, al rispetto dei diritti umani ed alla lotta contro la corruzione attiva e passiva.

L’informativa non finanziaria cambierà anche il modo in cui le società comunicano sul tema della compliance al Dlgs 231/2001 in materia di responsabilità da reato degli enti. Il cambiamento inciderà su forma e sostanza e farà auspicabilmente compiere alla prassi applicativa quel salto di qualità da tempo invocato.

La direttiva prevedeva, nei contenuti minimi della informativa, una «breve descrizione del modello aziendale dell’impresa”. Il decreto 254 precisa che dovranno essere fornite informazioni sul «modello aziendale di organizzazione e di gestione» delle attività di impresa, «ivi inclusi i modelli di organizzazione e gestione eventualmente adottati» in base al decreto 231 (cosiddetto Mog). Viene così sancito che il Mog è parte integrante del più generale modello di gestione e organizzazione dell’impresa, potendo, a seconda delle dimensioni dell’impresa, coincidere con esso.

Il legislatore del decreto 231 aveva concepito il Mog come un sistema di regole e controlli interni del tutto a se stante, in ragione della sua finalità di prevenire la commissione di determinati reati e di esonerare l’ente dalla responsabilità derivante dagli stessi, senza preoccuparsi della sua armonizzazione con il generale modello di gestione aziendale, e tantomeno della superfetazione che avrebbe comportato l’introduzione nell’ordinamento in tempi diversi di varie forme di autoregolamentazione dell’impresa (incluso, appunto, il Mog) non coordinate tra loro. Sul piano sostanziale, la compliance 231 entra nell’informativa non finanziaria poiché alcune tematiche trattate da questa sono anche regolate dal Mog, in quanto incidono su aree dell’attività e dell’organizzazione aziendali interessate da rischi di reato 231.

Prescrivendo informazioni su «politiche praticate dalle imprese, comprese quelle di due diligence, i risultati conseguiti tramite di essi ed i relativi indicatori fondamentali di prestazione di carattere non finanziario», nonché sui «principali rischi, generati o subiti, connessi a tali temi e che derivano dalle attività d’impresa, dei suoi prodotti, servizi o rapporti commerciali, incluse, ove rilevanti, le catene di subappalto», il decreto 254 apre dunque la strada ad una reportistica inedita, più ampia e qualitativa, (anche) sulla compliance 231.

L’informazione in tema di compliance 231 è stata fino ad ora tutta interna alla dialettica tra organismo di vigilanza (Odv) e organi sociali. Dal 2018, queste notizie dovranno confluire nella “dichiarazione consolidata”, che è responsabilità dell’organo amministrativo e deve essere redatta in conformità con i requisiti (compresi quelli di veridicità e completezza) previsti dal decreto 254, per non incorrere nelle sanzioni da esso previste. Il consiglio dovrà quindi elaborare una posizione autonoma in materia, per poi esprimerla nella “dichiarazione”. L’aspetto qualitativo della disclosure non finanziaria richiederà una sua valutazione critica complessiva sull’adeguatezza dei presidi 231 e sulla loro effettività.

Una possibile conseguenza di questa confluenza sarà il rafforzamento del ruolo dell’Odv, sul giudizio tecnico del quale organi sociali e revisore faranno reliance per esprimersi in merito. È auspicabile che ciò aiuterà a superare la diatriba Odv-collegio sindacale non già nel senso di consolidare la tendenza alla confusione dei ruoli (con l’attribuzione al secondo delle funzioni di Odv), bensì rafforzando il ruolo dell’Odv come unità specialistica interna all’azienda incaricata della vigilanza sulla tenuta complessiva dei presidi penal-preventivi, che trova negli organi sociali, e nel collegio sindacale in particolare, non già il motore, bensì il terminale.

AdA

fonte Sole24Ore 185/17 BG

bim1Il settore pubblico europeo ha fatto un passo verso un approccio comune all'introduzione di Building Information Modeling (BIM). Il gruppo di lavoro UE BIM, una collaborazione paneuropea che raccoglie le competenze del settore pubblico dalle infrastrutture e dai proprietari di proprietà pubbliche, clienti pubblici e policy-maker da 21 nazioni, ha lanciato il "Manuale per l'introduzione della modellazione delle informazioni da parte del settore pubblico europeo".

Il manuale incoraggia la più ampia introduzione del BIM in risposta alle crescenti sfide che i governi europei e i clienti pubblici devono affrontare per stimolare la crescita economica e la competitività, fornendo al contempo il valore per il denaro pubblico. Stando ai dati riportati nel documento l'adozione più ampia del BIM sarà in grado di produrre un risparmio del 15-25% sul mercato dell'infrastruttura globale entro il 2025. Continuando su questa strada, e a fronte di un risparmio del 10% già generato nel settore delle costruzioni, si genererebbero ulteriori 130 miliardi di euro per un mercato che genera già un giro d'affari pari a 1,3 trilioni di euro.

Questa pubblicazione acquista ulteriore valore dopo la chiusura, lo scorso 3 luglio, della fase di consultazione pubblica cui il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha sottoposto il testo del Decreto BIM che attua l’art. 23 comma 13 del Nuovo Codice Appalti, ora si apre la fase di valutazione degli esiti per poi procedere alla fase successiva, ovvero l’emissione del decreto attuativo prescritto dalla normativa appalti.

AdA

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anac1L’ANAC Autorità Nazionale Anticorruzione ha adottato, ai sensi dell’art. 213, comma 2, del d.lgs. 50/2016, lo schema tipo del disciplinare di gara per l’affidamento di servizi e forniture nei settori ordinari, di importo pari o superiore alla soglia comunitaria, aggiudicati all’offerta economicamente più vantaggiosa secondo il miglior rapporto qualità/prezzo.

Il documento, predisposto secondo la normativa vigente (d.lgs. n. 50/2016) e la novella al Codice dei contratti di cui al decreto correttivo (d.lgs. n. 56/2017),  tiene conto sia delle prescrizioni contenute nelle diverse Linee guida adottate dall’Autorità sia degli orientamenti giurisprudenziali formatisi sotto la vigenza del precedente Codice (d.lgs. n. 163/2006) che rivestono ancora carattere di attualità, in ragione dell’identità di disciplina tra i due Codici a confronto, in relazione ai singoli istituti o a singoli aspetti dei medesimi.

Il disciplinare è corredato di una nota illustrativa che espone le scelte di campo effettuate sui singoli istituti. Al fine di garantire la massima trasparenza e partecipazione ai procedimenti di regolazione si pone in consultazione il disciplinare tipo, assegnando per la presentazione dei contributi il termine di trenta giorni che scadrà il 5 agosto 2017alle ore 24.00.

AdA

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Mercoledì, 05 Luglio 2017 11:24

Appalti digitali, obbligo dal 2019

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bim1Scatterà tra poco più di un anno l’obbligo di progettare le grandi opere pubbliche con le procedure digitali del Building information modeling (Bim). Dal 2019 le stazioni appaltanti dovranno prevedere l’utilizzo del Bim per tutti i «lavori complessi» di importo superiore a cento milioni di euro. E negli anni successivi l’obbligo verrà via via esteso alle costruzioni di importo minore, fino a riguardare tutte le opere pubbliche (comprese quelle di costo inferiore al milione di euro) nel 2025.

È la novità più rilevante della bozza di decreto sul Bim, composto da 9 articoli, che il ministero delle Infrastrutture ha messo in consultazione pubblica sul sito del Formez fino al 3 luglio, in attuazione del Codice appalti (Dlgs n. 50 del 2016). Il Bim è lo strumento cui è affidato il compito di rivoluzionare la gestione dei processi costruttivi. Perché consente, attraverso la digitalizzazione, di anticipare alla fase di progettazione quello che avverrà in cantiere, monitorando in modo molto più preciso anche la fase di esecuzione. E risparmiando risorse preziose.

Il decreto, redatto da una commissione presieduta dal provveditore alle Opere pubbliche di Lombardia ed Emilia Romagna Pietro Baratono, precisa che l’uso delle metodologie Bim riguarderà innanzitutto i «lavori complessi». Tra questi, individua quelli «caratterizzati da elevato contenuto tecnologico o da una significativa interconnessione degli aspetti architettonici, strutturali e tecnologici». Sono considerati complessi anche i lavori caratterizzati da «rilevanti difficoltà realizzative» o che richiedano «un elevato livello di conoscenza».

Per questo tipo di lavori il Bim diventerà obbligatorio a partire dal primo gennaio 2019, in base a un dettagliato cronoprogramma. Si comincerà con le opere di importo superiore a cento milioni. Si passerà poi - dal primo gennaio 2020 - alle opere di importo superiore a 50 milioni. Dal primo gennaio 2021 l’obbligo riguarderà anche le opere oltre 15 milioni. E progressivamente si arriverà al primo gennaio 2025, quando anche le opere sotto il milione saranno sottoposte all’obbligo.

Per poter chiedere a progettisti e imprese di utilizzare metodologie Bim, le stazioni appaltanti dovranno investire in formazione, varando un piano di aggiornamento del personale. Ma non solo. Dovranno anche preparare un piano di acquisto e manutenzione di strumenti hardware e software. E dovranno organizzare una struttura «di controllo e gestione» delle procedure. Tutte queste condizioni dovranno essere rispettate prima che scadano le date previste dal cronoprogramma.

Un passaggio importante viene dedicato ai software. Le stazioni appaltanti dovranno, infatti, utilizzare piattaforme interoperabili: quindi, saranno ammessi soltanto formati compatibili tra loro che, allo stesso tempo, siano “aperti”, quindi con codici pubblici e disponibili per essere studiati e modificati. In questo modo si cerca di massimizzare la concorrenza tra gli operatori, evitando situazioni di monopolio. Il decreto entrerà in vigore quindici giorni dopo l’approdo in Gazzetta. «Guardando già oltre - spiega Baratono -, sarà importante l’interlocuzione che avremo con Bruxelles e gli altri paesi europei. Siamo in assoluto i primi a introdurre un obbligo in questa forma». Per tenere sotto controllo gli effetti sul mercato, sarà istituita una commissione di monitoraggio.

«Il decreto richiede un forte investimento per qualificare e digitalizzare la domanda - sottolinea Angelo Ciribini, docente all'Università di Brescia, componente della commissione ministeriale -. Da qui arriveranno poi anche le sollecitazioni per gli operatori privati». Giusto puntare su scadenze non immediate. «Ci vuole tempo per qualificare la domanda». Il provvedimento è poi «volutamente scarno, per lasciare al mercato il compito di definire le modalità operative». Da domani non saranno più possibili bandi estemporanei, che in qualche caso sono già arrivati in tribunale. «Prima di pubblicare nuove gare - precisa il professore - le Pa dovranno dimostrare di essere in linea con il decreto».

AdA

fonte Sole24Ore 164/17 GL e MS

Venerdì, 23 Giugno 2017 13:30

In arrivo le regole Iso sulla privacy

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diritto-privacyManca meno di un anno perché diventi applicabile il Regolamento Europeo a tutela dei dati personali e sono iniziate le grandi manovre attorno a una voce di spesa delle aziende. Tra l’altro, la normativa incoraggia meccanismi di certificazione della protezione dei dati che acquisiscono una ulteriore importanza in quanto dimostrano la conformità alla legge e sono un fattore attenuante in caso di sanzioni.

Questa indicazione ha spinto la Iso a mettersi in moto, avviando lo sviluppo della «Iso/Iec 27552 - Enhancement to Iso/Iec 27001 for privacy management». L’organizzazione punta a evolvere lo standard in materia di gestione della sicurezza delle informazioni nello strumento principe per garantire la conformità al regolamento, e di certo ha la credibilità per riuscirci: infatti, non si può trascurare che ha sviluppato la Iso 27018 per il trattamento sicuro dei dati personali nel public cloud, e si appresta a rilasciare la Iso 29134 per il Privacy impact assessment, e la Iso 29151 per la protezione dei dati personali.

Mentre l’ente dispiega il suo arsenale, alle aziende tocca la scelta più difficile, perché pensare di appesantire il budget privacy con una certificazione richiede un’attenta riflessione in regime di ristrettezze economiche. Tuttavia potrebbe presentarsi uno scenario in cui il “bollino blu” sarebbe un must. Una ventina di anni or sono in Italia ci fu il boom della Iso 9001, ma l’improvvisa volontà di certificare la qualità non fu determinata da una presa di coscienza collettiva, bensì dalla scelta del principale cliente delle imprese italiane, la pubblica amministrazione, di limitare di fatto la partecipazione alle gare d’appalto ai titolari del certificato. Le premesse a una situazione analoga ci sono tutte: l’Europa, infatti, non considera la privacy un dettaglio.

Oggi è praticamente impossibile erogare un servizio, soprattutto pubblico, senza trattare i dati di qualcuno: di conseguenza, non esiste una buona ragione per cui una stazione appaltante rinunci a un elemento che, da solo, garantisce la conformità alla norma del fornitore.

AdA

fonte Sole24Ore 161/17 AC

Terzo-SettoreIl Consiglio dei Ministri del 12 maggio 2017 ha approvato la bozza di tre decreti, il codice del terzo settore, quello sulla impresa sociale e quello sul cinque per mille. Dopo tre anni di discussioni e confronti, la legge delega di riforma del Terzo Settore prende forma con uno stanziamento di 190 milioni di euro: 105 milioni a copertura delle misure fiscali e tributarie di maggior favore, il resto per il Fondo progetti per gli ETS, i Centri di Servizio per il Volontariato, l’istituzione e il funzionamento del Registro Unico del Terzo Settore e il Fondo per il Servizio Civile Universale.

La legge delega, approvata dal Governo il 6 giugno 2016, dava tempo 12 mesi all’Esecutivo per adottare i decreti legislativi attuativi, ora approvati dal CdM, come annunciato anche un comunicato del Ministero del Lavoro nel quale si sottolinea come il provvedimento più importante sia quello del Codice del Terzo Settore attraverso il quale si introduce una disciplina uniforme per gli Enti di Terzo Settore (ETS), sia per la parte civilistica che per quella fiscale. Finora aveva trovato attuazione solo il decreto recante l’istituzione e la disciplina del Servizio Civile Universale.

Tra le novità di maggiore rilievo vengono citate:
•    l’acquisizione facilitata della personalità giuridica per le Associazioni;
•    l’ampliamento dei settori di attività di interesse generale in cui possono operare gli Enti Terzo Settore (ETS);
•    la nascita delle Reti associative;
•    l’istituzione e la regolamentazione del Nuovo Registro Unico del Terzo Settore;
•    la riforma dei Centri di Servizio per il Volontariato;
•    la nascita di un Fondo per sostenere i progetti e le iniziative degli ETS;
•    una riforma del regime fiscale degli Enti di Terzo Settore;
•    l’introduzione di un “social bonus” per la valorizzazione degli immobili pubblici destinati agli Enti di Terzo Settore;
•    la nascita dei “titoli di solidarietà” quali strumenti per orientare il risparmio verso le opere degli Enti di Terzo Settore;
•    un aumento delle detrazioni e deduzioni per le erogazioni liberali destinate agli ETS;
•    l’abolizione della tassa di registro per le transazioni di immobili di una parte degli Enti di Terzo Settore.

Con riferimento all’impresa sociale le novità riguardano:
•    l’ampliamento dei campi di attività;
•    l’introduzione della possibilità di ripartire, seppur in forma limitata, gli utili;
•    le misure fiscali agevolative per chi investe nel capitale sociale delle imprese sociali e defiscalizzazione degli utili reinvestiti.

Il nuovo Cinque per mille presenta invece le seguenti novità:
•    accesso al beneficio del cinque per mille attraverso l’iscrizione nel Registro Unico del Terzo Settore;
•    accelerazione delle procedure di erogazione dei contributi;
•    introduzione di una soglia minima dell’importo erogabile sulla base delle scelte del contribuente e modalità di riparto dell’inoptato;
•    trasparenza delle informazioni sull’utilizzo del contributo ricevuto, sia per i beneficiari che per l’Amministrazione erogatrice.

AdA

cammini percorsiRecuperare oltre 100 immobili pubblici lungo i cammini e i percorsi ciclopedonali e storico-religiosi che attraversano tutta l’Italia, favorendo lo sviluppo di un turismo consapevole che valorizzi il territorio.

Questo l’obiettivo del progetto “Valore Paese - Cammini e Percorsi” presentato dal Direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi, alla presenza del Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Graziano Delrio, del Capo di Gabinetto del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT), Giampaolo D’Andrea e di Francesco Palumbo, Direzione Generale Turismo, MiBACT.

Il nuovo progetto, inquadrato nell’ambito del Piano Strategico del Turismo 2017–2022 e del Sistema Nazionale delle Ciclovie Turistiche, mira ad avviare azioni congiunte volte alla salvaguardia e al riuso sia del patrimonio tipico della tradizione locale (masserie, rifugi, piccole stazioni, case cantoniere, caselli idraulici) che del patrimonio culturale di pregio (monasteri, castelli, ville).

L’obiettivo, per il 2017, è recuperare 103 immobili pubblici lungo i cammini e i percorsi ciclopedonali e storico-religiosi che attraversano tutta l’Italia per trasformarli in ostelli, piccoli hotel, punti ristoro, ciclofficine, punti di servizio e assistenza per tutti i pellegrini, i turisti, i camminatori e i ciclisti che ogni anno percorrono questi tracciati. Favorire e sostenere lo sviluppo del turismo lento offrendo la possibilità di riutilizzare gli immobili pubblici come contenitori di servizi e di esperienze autentiche, fortemente radicate sul territorio.

Come per il progetto Valore Paese-Fari (iniziativa dedicata al recupero dei fari e degli edifici costieri) l’Agenzia punta ancora una volta su una nuova concezione di turismo più consapevole, rispettoso del territorio e dell’ambiente e capace di far emergere le bellezze locali.

Si tratta precisamente di 103 beni, 43 dello Stato, 50 degli Enti territoriali e 10 di Anas, che attraverso bandi di gara pubblicati entro l'estate, saranno affidati in concessione gratuita (9 + 9 anni)  “ad imprese, cooperative e associazioni, costituite in prevalenza da soggetti fino a quaranta anni” oppure in concessione di valorizzazione fino a 50 anni ad operatori che possano sviluppare un progetto turistico dall’elevato potenziale per i territori, in una logica di partenariato pubblico-privato, a beneficio di tutta la collettività.

Gli immobili coinvolti nel progetto si trovano lungo 7 Tracciati e altri Itinerari Locali: la Via Appia (9 immobili), la Via Francigena (18 immobili), il Cammino di Francesco (3 immobili) e il Cammino di San Benedetto (1 immobile), lungo la Ciclovia VEnTO (15 immobili), la Ciclopista del SOLE (32 immobili) la ciclovia Acqua dell’Acquedotto Pugliese (11 immobili), e lungo altri itinerari riconosciuti a livello locale (14 immobili).

Il tema dei Cammini e dei tracciati storico religiosi è al centro delle agende di molte istituzioni e dell’opinione pubblica perché coinvolge la popolazione dei camminatori, dei pellegrini e dei bikers, ma anche le Regioni, i Comuni e tutti gli enti territoriali periferici e centrali.

Per questo l’Agenzia del Demanio, con il supporto del Touring Club italiano, ha pubblicato una consultazione pubblica che fino al 26 giugno prossimo permetterà di esplorare i diversi aspetti connessi all’iniziativa, raccogliendo idee, suggerimenti e l’indice di gradimento espressi dal grande pubblico, dai giovani, dal terzo settore e dall’imprenditoria in vista della pubblicazione dei bandi di gara.

AdA

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