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News - Responsabilità Sociale

News - Responsabilità Sociale (173)

Al terzo settore edifici pubblici inutilizzati o confiscati. Il Fisco premia le donazioni

Al terzo settore edifici pubblici inutilizzati o confiscati. Il Fisco premia le donazioni

Un robusto sconto fiscale per cittadini e imprese che sostengono gli enti non profit intenzionati a recuperare immobili pubblici inutilizzati o confiscati alla criminalità organizzata. È il “social bonus” che debutta a gennaio, introdotto dal Codice del terzo settore (Dlgs 117/2017, articolo 81), in attuazione della riforma avviata nel 2016, che, oltre ad aver previsto una serie di nuovi strumenti di finanziamento degli enti non profit, aveva tra i suoi obiettivi quello di incentivare il trasferimento di beni patrimoniali verso questi soggetti. Lo schema è quello dell’art-bonus, l’agevolazione fiscale esistente dal 2014 per favorire le donazioni al patrimonio culturale.

I privati che faranno donazioni a enti non profit finalizzate al recupero di immobili pubblici inutilizzati o confiscati alla criminalità avranno diritto a un credito d’imposta del 65% dell’importo donato, fino al 15% del reddito imponibile, da usare in compensazione in tre quote annuali. Se il donatore è una società o un ente, il credito d’imposta è del 50% dell’importo erogato (e per i titolari di reddito d’impresa, il tetto è fissato al cinque per mille dei ricavi annui). La relazione tecnica al Dlgs 117/2017 stima che il credito d’imposta valga 3,9 milioni di euro all’anno per le persone fisiche e 29,9 milioni per le altre tipologie di contribuenti: il costo per lo Stato sarebbe dunque di 33,8 milioni di euro all’anno.

Gli enti del terzo settore dovranno presentare un progetto di recupero dell’immobile al ministero del Lavoro: un decreto dello stesso Ministero deve stabilire le procedure per approvare i progetti.
La raccolta fondi dovrà essere programmata in maniera selettiva, tenendo presente che la fruizione del social bonus escluderà i donatori, per gli stessi importi, dall’uso delle altre agevolazioni fiscali, come le detrazioni e le deduzioni previste dall’articolo 83 del Codice del terzo settore o da altre disposizioni.

C’è un altro vincolo: gli immobili soggetti al social bonus dovranno essere impiegati dall’ente non profit esclusivamente per le proprie attività “istituzionali”, svolte con modalità non commerciali: sarà esclusa, ad esempio, la vendita di prodotti. Per il direttore del Forum del terzo settore Maurizio Mumolo, nell’attuazione del social bonus bisognerà tenere conto del rischio di una sperequazione nelle donazioni e quindi nei progetti finanziabili: «L’esperienza dell’art bonus - spiega- mette in evidenza che oltre il 90% dei donatori e quindi dei beneficiari delle agevolazioni fiscali si trova al Nord, e solo una minima percentuale al Sud. Stimolare i finanziamenti privati è utile - conclude - ma bisogna prestare attenzione al rischio di un forte divario territoriale».

Gli enti del terzo settore possono già ora cominciare a guardare alla platea disponibile di immobili inutilizzati. L’agenzia del Demanio stima un bacino potenziale di circa 950 immobili effettivamente utilizzabili per finalità sociali (su una platea di oltre 15mila cespiti gestiti). In tutto valgono 296 milioni di euro e occupano una superficie di 606mila metri quadrati. In base ai dati dell’art-bonus, il Governo stima che non più del 3% di questo patrimonio possa essere richiesto ogni anno, ma se si allarga lo sguardo a tutti i beni, compresi quelli già in mano a enti locali e Regioni, si ipotizza un pacchetto di richieste di circa 112 immobili all’anno. Sono tutti da assegnare con gara a eccezione della concessione agevolata prevista dal Dpr 296/2005 che consente di presentare la domanda direttamente al Demanio.

Il Codice del terzo settore ha ampliato il ventaglio degli strumenti di affidamento, prevedendo la concessione agevolata di immobili culturali (da restaurare) e il comodato gratuito, sempre ottenibile partecipando a una gara indetta dall’ente proprietario del bene (articolo 71). Ma il terzo settore può pescare anche nel più ampio bacino degli immobili sequestrati in via definitiva alla criminalità organizzata: un pacchetto di oltre 7mila immobili, cifra in continua evoluzione (con le nuove confische).

Con l’entrata in vigore del nuovo Codice antimafia (19 novembre scorso), il dialogo tra Agenzia ed enti del terzo settore per chiedere la concessione di un immobile è diventato diretto. Ma questo varrà solo per i beni ricevuti dall’Agenzia in confisca definitiva dal 19 novembre in poi. Per quelli già in gestione restano le vecchie procedure: l’Agenzia può assegnare l’immobile solo a un ente pubblico (ad esempio il Comune, e sarà quest’ultimo, eventualmente, a concederlo al terzo settore). A decidere sarà l’Agenzia, ma sulla scorta di nuovi criteri. E se è vero che nelle priorità indicate dalla legge il terzo settore viene solo dopo le esigenze statali per finalità varie, tra cui giustizia, ordine pubblico e università, l’eventuale utilizzo economico da parte dello Stato e le richieste degli enti locali, è anche vero che nel 2016 ben il 64% degli immobili assegnati all’Agenzia è andato agli enti locali per finalità sociali.

AdA

fonte Sole24Ore 321/17 VM e VU

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DURC, da Inail e Inps un nuovo strumento per il rilascio automatizzato

DURC, da Inail e Inps un nuovo strumento per il rilascio automatizzato

L’iniziativa promossa dai due istituti punta a rendere più agevole lo svolgimento dei rispettivi compiti e a migliorare, attraverso la stipula di un’apposita convenzione quadro, il servizio offerto ad amministrazioni statali, agenzie fiscali ed enti territoriali per la verifica della regolarità contributiva delle imprese. Nell’ambito delle iniziative per la semplificazione delle procedure di rilascio del Durc, il documento unico di regolarità contributiva che dal primo luglio 2015 – in attuazione del decreto interministeriale del 30 gennaio 2015 – può essere richiesto online, in tempo reale e con un’unica interrogazione, Inail e Inps mettono a disposizione delle amministrazioni statali, delle agenzie fiscali e degli enti territoriali uno schema di convenzione quadro per la fornitura automatizzata dei dati.

È un’alternativa al servizio fornito sui portali. La collaborazione tra i due enti previdenziali punta a rendere più agevole lo svolgimento dei rispettivi compiti e a migliorare la qualità complessiva del servizio offerto, soprattutto per le amministrazioni di maggiori dimensioni. Il nuovo servizio di verifica della regolarità contributiva di un’impresa nei confronti di Inps, Inail e Casse edili rappresenta infatti un’alternativa a quello disponibile online sui portali dei due istituti e sarà fornito, in cooperazione applicativa, agli enti e alle amministrazioni che aderiranno attraverso la sottoscrizione della convenzione quadro, che avrà durata triennale rinnovabile alla scadenza.

Sviluppati due applicativi per inoltrare le richieste. A questo scopo, sono stati sviluppati due diversi applicativi che consentono di automatizzare le richieste dei Durc e la gestione degli esiti tramite Web Services. La sperimentazione del servizio – avviata sia in Inail, con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, sia in Inps, con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – ha dato esiti positivi.

AdA

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Modelli 231 e «Foia» obbligatori per tutte le aziende pubbliche

Modelli 231 e «Foia» obbligatori per tutte le aziende pubbliche

L'Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) rafforza la sua vigilanza sugli obblighi di trasparenza e prevenzione della corruzione imposti alle partecipate della Pa. Lo prevede la delibera n. 1134 del 8/11/2017: dal 31 gennaio 2018 l’Authority inizierà a esercitare i propri poteri di analisi su una lunga lista di soggetti collegati alla pubblica amministrazione. Con un’importante eccezione: le nuove regole non si applicano per adesso alle quotate, in attesa di una pronuncia del ministero dell’Economia e della Consob.

Il documento dell’Autorità serve, soprattutto, a chiarire il campo dopo gli interventi della riforma Madia che, tra le altre cose, ha introdotto nel nostro ordinamento l’accesso allargato agli atti della Pa, il Foia (Freedom of Information Act). Ma non solo: l’Authority considera strategici anche altri strumenti di prevenzione della corruzione, diversi dalla semplice trasparenza. Anche in questo caso ci sono elementi da spiegare meglio.

L’Anac distingue, allora, tre livelli di applicazione delle nuove norme: le pubbliche amministrazioni; i soggetti con un livello di connessione maggiore con la Pa, come le società controllate; gli altri soggetti, come le semplici partecipate, che svolgono attività di pubblico interesse ma non sono assimilabili alla Pa. Queste ultime applicano solo le norme in materia di trasparenza e non tutto il set di regole in tema di prevenzione della corruzione.

Facile in teoria, perché in pratica è parecchio complicato incasellare con precisione tutti i soggetti che orbitano nel variegato universo della Pa. Molte indicazioni dell’Autorità servono, allora, proprio a definire con esattezza il perimetro nel quale le nuove regole esplicano i loro effetti. Spiegando, tra le altre cose, come si definisce la nozione di controllo o quando una società può essere considerata in house, guardando anche alle norme europee.

Le fondazioni bancarie, in questo quadro, sono ad esempio fuori dalle disposizioni in materia di trasparenza, sempre che non vogliano liberamente scegliere di pubblicare «i dati più rilevanti» sulla loro attività. Mentre le Casse di previdenza private dei professionisti andranno considerate come soggetti che svolgono attività di pubblico interesse. E, quindi, sottoposte agli obblighi di accesso agli atti ma non a quelli di prevenzione della corruzione.

Per tutti questi soggetti, ai diversi livelli, scatta un nuovo calendario di adempimenti. La prima data da segnare sul calendario è il 31 gennaio del 2018: da quel giorno «l’Anac eserciterà i propri poteri di vigilanza sul rispetto degli obblighi». Più nello specifico, andrà adottato il “modello 231” (il modello organizzativo che consente di prevenire la corruzione), bisognerà fissare le regole interne per le domande di accesso agli atti e definire quali sono le attività di pubblico interesse. In altre parole, le partecipate dovranno dire quali sono le loro funzioni che, in qualche modo, si legano a quelle della Pa, facendo scattare i controlli Anac.

A supporto degli obblighi di pubblicazione delle Pa c’è, infine, l’allegato alla delibera, che contiene una lista dettagliata delle tipologie di documenti da inserire nella sezione “Amministrazione/Società trasparente”: per ogni contenuto ci sono le rispettive categorie di obbligati. Le società controllate dalla Pa dovranno, ad esempio, pubblicare i dati sui loro beni immobili e sulla gestione del patrimonio, ma anche contributi, sussidi e altri vantaggi economici ottenuti a qualsiasi titolo dalla Pa.

AdA

fonte Sole24Ore 315/17 GL

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La holding non paga per la 231: va provato il coinvolgimento nei reati

La holding non paga per la 231: va provato il coinvolgimento nei reati

Anche se tra i soggetti in capo ai quali può essere configurata la responsabilità amministrativa da reato il Dlgs 231/2001 non fa esplicito riferimento ai gruppi di impresa, ci si trova sempre più spesso di fronte a possibili configurazioni di responsabilità di società controllanti, controllate o collegate in caso di reati commessi all’interno di schemi societari articolati laddove la strutturazione societaria finisce con l’incidere, inevitabilmente, sui sistemi decisionali, gestionali e di controllo.

L’articolo 1 del Dlgs 231/2001 prevede, infatti, la possibile configurazione di responsabilità amministrativa in capo agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni, anche prive di personalità giuridica, con esclusione dello Stato, degli enti pubblici territoriali, degli altri enti pubblici non economici nonché degli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale.
In assenza, dunque, di un riferimento normativo alla nozione del gruppo di impresa e in attesa di auspicabili interventi da parte dello stesso legislatore volti a chiarirne la portata, non sono ovviamente mancati dibatti sulla possibile interpretazione da attribuire alla predetta disposizione.

In particolare, almeno fino al 2014 è prevalsa la tesi di coloro che ritenevano di dover includere il gruppo di imprese tra i soggetti elencati nel citato articolo 1 e conseguentemente di poter configurare la responsabilità per illeciti penali anche in capo alla holding. Su questo filone, il Tribunale di Milano, pronunciandosi sulla responsabilità 231 nei confronti di società appartenenti a un gruppo, ravvisò un “potere di fatto” della holding sulle controllate, individuando conseguentemente la stessa capogruppo come “mandante” rispetto agli illeciti commessi dalle o nelle controllate (Tribunale Milano 20 settembre 2004).

Negli anni successivi, tuttavia, la giurisprudenza di legittimità ha ristretto l’ambito di applicazione, ancorando l’eventuale responsabilità amministrativa delle società appartenenti a un gruppo alla prova di un preciso coinvolgimento delle medesime nella consumazione dei reati-presupposto o, quanto meno, nelle condotte che hanno determinato l’acquisizione di un illecito profitto e nel conseguimento di eventuali illeciti benefici anche non patrimoniali (Corte cassazione, sentenze 24583/2011, 4324/2013, 2658/2014).

Nel 2014 è poi intervenuta Confindustria in occasione della diramazione delle «Linee Guida in materia di costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo» sostenendo una interpretazione in linea con le ultime pronunce di legittimità.

In particolare, dedicando un paragrafo alla responsabilità per gli illeciti penali in seno ai gruppi di imprese, Confindustria ha sostenuto che il gruppo non può considerarsi diretto centro di imputazione della responsabilità da reato e non è inquadrabile tra i soggetti elencati nell’articolo 1 del Dlgs 231/2001. Non essendo infatti prevista alcuna disposizione che imponga in capo agli apicali della controllante l’obbligo giuridico e che conferisca i poteri necessari per impedire i reati nella controllata, non trova applicazione nel caso di controllo societario l’articolo 40, comma 2 Cp secondo cui «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Ne consegue dunque che l’attività di direzione e coordinamento non può comportare, di per sé, la responsabilità in capo ai vertici della controllante dell’omesso impedimento dell’illecito commesso nell’attività della controllata, a meno che i soggetti apicali della capogruppo, ingerendosi in modo sistematico e continuativo nella gestione della controllata, non fossero di fatto amministratori della stessa.

Successivamente all’intervento di Confindustria, la Corte suprema è nuovamente intervenuta sul tema, precisando che al fine di configurare la responsabilità ai sensi del Dlgs 231/2001 della holding o di altra società appartenente a un medesimo gruppo non è sufficiente l’enucleazione di un generico riferimento al gruppo, ovvero a un cosiddetto generale «interesse di gruppo». La holding e/o le altre società facenti parte di un gruppo possono, infatti, essere chiamate a rispondere del reato commesso nell’ambito dell’attività di una società controllata appartenente al medesimo gruppo, purché nella consumazione del reato presupposto concorra almeno una persona fisica che agisca per conto della holding stessa o dell’altra società facente parte del gruppo, perseguendo anche l’interesse di queste ultime (Cassazione, sentenza n. 52316/2016).

AdA

fonte Sole24Ore 300/17 RA

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Pronti per le Onlus gli sconti su bollo, registro e donazioni

Pronti per le Onlus gli sconti su bollo, registro e donazioni

Le Onlus, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale saranno considerate già enti del terzo settore e ad esse si applicheranno fin dal 1° gennaio 2018 alcune norme agevolative previste dal Codice del terzo settore (Dlgs 117/2017).

Le norme subito applicabili riguardano:

  • il risparmio fiscale dei donatori per le donazioni (in denaro o in natura), con la detrazione Irpef che aumenta dal 26 al 30% e al 35% se il beneficiario è un’organizzazione di volontariato, per un importo massimo erogato di 30mila euro per periodo d’imposta; oppure, in alternativa, la deduzione Irpef o Ires nei limiti del 10% dell’imponibile del donante;
  • l’applicazione in somma fissa delle imposte di registro, ipotecaria e catastale nell’acquisto a titolo oneroso di beni immobili;
  • l’esenzione generalizzata dall’imposta di bollo;
  • l’estensione dell’esenzione dall’imposta sulle donazioni e successioni per i trasferimenti a titolo gratuito a favore degli enti del terzo settore.

Serve invece un provvedimento attuativo, atteso a breve, per il cosiddetto social bonus, cioè per le erogazioni finalizzate al recupero di beni immobili inutilizzati o confiscati alla criminalità organizzata assegnati da enti pubblici agli enti del terzo settore. Inoltre è previsto che subito dopo l’emanazione di altri due decreti ministeriali siano attivati gli strumenti dei titoli di solidarietà (obbligazioni dedicate al terzo settore) e del social lending.

Sull’Imu sono confermati gli ambiti oggettivi per i quali opera l’esenzione: attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, di ricerca scientifica, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di religione o di culto.

Per le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale saranno esenti dall’Ires i redditi degli immobili destinati in via esclusiva allo svolgimento di attività non commerciale.
In merito alla nuova distinzione tra attività commerciali e non commerciali, essa entrerà in vigore si presume nel 2019, sempre che nel corso del 2018 si verifichino le due condizioni previste dalla legge. La prima consiste nell’approvazione da parte della Commissione europea delle misure fiscali relative appunto alla nuova definizione di attività commerciale, in modo che le misure non siano considerate aiuti di Stato. La seconda è che il Registro unico nazionale degli enti del terzo settore sia operativo.
Come cambierà la commercialità

Per capire come cambierà il concetto di commercialità rilevano due questioni. La prima è la commercialità della singola attività. Per l’attività della onlus che ha posto il quesito (assistenza socio-sanitaria), l’attività sarà non commerciale qualora la somma delle rette richieste agli assistiti o ai loro familiari più le contribuzioni di natura pubblica sia minore della somma dei costi effettivi, includendovi in essi quelli diretti e quelli indiretti legati alla specifica attività. Non devono essere considerati tra i contributi di natura pubblica gli importi di partecipazione alla spesa previsti dall’ordinamento (ad esempio i ticket sanitari).
In relazione alla commercialità dell’ente nel suo insieme, al posto dell’attuale articolo 149 del Tuir, si considera commerciale l’ente che risulti avere le entrate commerciali da attività di interesse generale sommate alle attività diverse, al netto delle sponsorizzazioni, maggiori della somma delle attività non commerciali, delle liberalità, delle quote associative, delle raccolte pubbliche di fondi e del valore normale delle cessioni e delle prestazioni gratuite offerte gratuitamente dall’ente.

Rispetto all’attuale situazione della normativa Onlus (che continuerà comunque ad applicarsi per tutto il 2018) il panorama e le prospettive cambiano notevolmente. Innanzitutto scompare la necessità di realizzare le attività prevalentemente a favore di persone svantaggiate, condizione propria delle Onlus che ha portato non pochi dubbi interpretativi sul concetto di svantaggio. Molte delle frizioni tra enti e direzioni regionali delle Entrate, infatti, scaturivano da una diversa concezione di svantaggio.

Per definire le attività degli enti del terzo settore non sarà quindi più necessario far riferimento ai soggetti svantaggiati, ma si dovrà di volta in volta comprendere se e in quale misura l’attività dell’ente sia compresa tra una delle 26 attività di interesse generale riportate nell’articolo 5 del Codice. Per molte delle attività, il legislatore ha provveduto a inserire la normativa di settore rendendo – o almeno questo è l’auspicio – più certo l’ambito di applicabilità della norma. Inoltre, non rileva che le attività siano svolte con modalità commerciali oppure no, in quanto comunque l’organizzazione non perderebbe la qualifica di ente del terzo settore qualora realizzasse anche in via prevalente attività commerciali.

Inoltre ci si augura che avranno maggiore respiro le attività diverse (che verranno definite da apposito decreto), in considerazione del triste destino delle attività connesse della norma Onlus. Diciannove anni di legge Onlus, infatti, non hanno chiarito la vera natura di tali attività e agli enti veniva sconsigliato avventurarsi nelle tipologie di attività il cui svolgimento in via prevalente avrebbe fatto perdere la qualifica di Onlus.

Di contro, gli enti del terzo settore perdono – rispetto alle Onlus – la presunzione assoluta di non commercialità (in relazione all’Ires) delle attività istituzionali e la non concorrenza alla formazione del reddito imponibile delle attività connesse. Infatti, gli enti del terzo settore saranno assoggettati all’Ires qualora l'attività sia definibile commerciale secondo i criteri precedentemente richiamati. La riforma comunque riporta la possibilità per gli Ets di optare per un regime di calcolo forfettario dell’imposta che prevede tre scaglioni di ricavi ai quali corrispondono tre coefficienti di redditività cui applicare l’aliquota unica Ires.

AdA

fonte Sole24Ore 153/17 CM

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Art bonus, erogazioni liberali a sostegno della cultura

Art bonus, erogazioni liberali a sostegno della cultura

L'Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione del 7 novembre 2017, ha fornito chiarimenti sul c.d. "art-bonus" cioè il credito di imposta a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano. Possono beneficiare del credito d’imposta per le erogazioni liberali a sostegno della cultura di cui all’articolo 1 del Dl 83/2014, convertito con modifiche dalla legge 106/2014, le erogazioni liberali finalizzate a sostenere un museo gestito da una fondazione appositamente costituita da un ente pubblico per tale scopo.

In particolare, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che, nonostante la natura giuridica formalmente di diritto privato della fondazione, nel caso del sostegno a istituti e luoghi della cultura, il requisito dell’appartenenza pubblica può essere soddisfatto anche dal ricorrere di altre caratteristiche del soggetto destinatario (esemplificate in maniera non esaustiva dalla risoluzione), come, ad esempio, la costituzione dell’istituto per iniziativa di soggetti pubblici con maggioranza pubblica di soci o partecipanti, o la gestione da parte dello stesso di un patrimonio culturale di appartenenza pubblica. In presenza di una o più di tali caratteristiche, gli istituti della cultura con personalità giuridica di diritto privato, ad esempio perché costituiti in forma di fondazione, in realtà hanno natura sostanzialmente pubblicistica, e possono, quindi, ricevere erogazioni liberali per il sostegno della loro attività, le quali – a loro volta – beneficiano del credito d’imposta (ferma restando la condizione dell’appartenenza pubblica delle collezioni).

Nel caso oggetto dell’interpello, la fondazione è stata individuata dallo Stato con apposita disposizione legislativa quale strumento necessario per la migliore gestione del museo; la collezione permanente di quest’ultimo è di proprietà statale, così come il complesso di immobili ove esso è ubicato. Inoltre la fondazione riceve per legge importanti contributi pubblici ed è sottoposta alla vigilanza del Ministero e al controllo della Corte dei Conti.

fonte Sole24Ore 314/17 IC e CD

Risoluzione Entrate n. 136/E del 7 novembre 2017

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Privacy, linee guida sulla valutazione di impatto

Privacy, linee guida sulla valutazione di impatto

Il Garante per la protezione dei dati personali ha informato che sono state adottate, dalle Autorità di protezione dati europee, le linee guida che aiuteranno le amministrazioni pubbliche e imprese nella valutazione di impatto sulla protezione dei dati (DPIA, Data Protection Impact Assessment).

La DPIA, introdotta dal Regolamento Europeo 2016/679 consiste in una procedura finalizzata a descrivere il trattamento dei dati, valutarne necessità e proporzionalità, e facilitare la gestione dei rischi per i diritti e le libertà delle persone fisiche derivanti dal trattamento dei loro dati personali. La DPIA è uno strumento importante in termini di responsabilizzazione (accountability) in quanto aiuta il titolare non soltanto a rispettare le prescrizioni del RGPD, ma anche a dimostrare l’adozione di misure idonee a garantire il rispetto di tali prescrizioni. In altri termini, la DPIA è una procedura che permette di realizzare e dimostrare la conformità con le norme.

L’analisi di impatto privacy può rivelarsi utile anche per valutare l’effetto di un nuovo dispositivo tecnologico in termini di protezione dei dati. Secondo le linee guida, è possibile utilizzare un’unica DPIA per valutare più trattamenti che presentano analogie in termini di natura, ambito, contesto, finalità e rischi. 

La DPIA rappresenta una buona procedura da adottare per pubbliche amministrazioni e imprese. Al fine di assicurare l’interpretazione uniforme nei casi in cui la DPIA è obbligatoria, i Garanti Ue hanno fornito alcuni criteri riguardo l’elaborazione degli elenchi dei trattamenti più rischiosi che le Autorità di controllo sono obbligate ad adottare, in vista della piena applicazione del regolamento, prevista il 25 maggio 2018.

Fonte IlSole24Ore 307/2017 AR e MV

Scarica il Regolamento UE 2016/679

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Sistemi di Gestione nelle Imprese della provincia di Napoli: pubblicato il report aggiornato a settembre 2017

Sistemi di Gestione nelle Imprese della provincia di Napoli: pubblicato il report aggiornato a settembre 2017

Pubblicato l'aggiornamento a settembre 2017 del documento “Monitoraggio delle imprese certificate” nei principali sistemi gestionali, realizzato dal Consorzio Promos Ricerche nell’ambito del Programma di “Sensibilizzazione delle PMI per l’implementazione di sistemi orientati alla promozione della Responsabilità Sociale delle Imprese (RSI)”.

I principali sistemi di gestione analizzati nel documento riguardano, oltre alla Responsabilità sociale (SA 8000), la Qualità (ISO 9001), l’Ambiente (ISO 14001) e la Sicurezza e Salute del Lavoro (OHASA 18001).

Tale informativa rappresenta un indice di sostenibilità del tessuto produttivo dell’intera provincia, in quanto riporta l’attenzione che le imprese riservano alle problematiche inerenti alla salute e sicurezza dei lavoratori, ma anche alla garanzia delle produzioni e del loro impatto sull’ambiente e, quindi, più in generale alla responsabilità sociale delle imprese.

AdA

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RUP e cause di esclusione, in Gazzetta le Linee guida Anac n. 3 e n. 6 aggiornate

RUP e cause di esclusione, in Gazzetta le Linee guida Anac n. 3 e n. 6 aggiornate

Sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 260 del 7 novembre 2017 sono state pubblicate le Linee guida n. 3 e n. 6 dell'Autorità anticorruzione, aggiornate al decreto legislativo n. 56 del 19 aprile 2017 correttivo del nuovo Codice dei contratti.

Aggiornate con deliberazione del Consiglio Anac n. 1007 dell’11 ottobre 2017, le Linee guida n. 3, di attuazione del D.Lgs. 18 aprile 2016, n. 50, recanti «Nomina, ruolo e compiti del responsabile unico del procedimento per l’affidamento di appalti e concessioni» - entrano in vigore il 22 novembre 2017.

Le Linee guida n. 6, di attuazione del nuovo Codice Appalti, recanti «Indicazione dei mezzi di prova adeguati e delle carenze nell’esecuzione di un precedente contratto di appalto che possano considerarsi significative per la dimostrazione delle circostanze di esclusione di cui all’art. 80, comma 5, lett. c) del Codice», sono state aggiornate con la Determinazione Anac n. 1008 del 11 ottobre 2017.

Anche queste linee guida entreranno in vigore il 22 novembre prossimo, cioè il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

AdA

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Innovazione sostenibile e sostituzione sostanze chimiche, questionario per le imprese

Innovazione sostenibile e sostituzione sostanze chimiche, questionario per le imprese

Il Ministero dello Sviluppo Economico - Punto di Contatto Nazionale per l’attuazione delle Linee Guida OCSE per le imprese multinazionali in materia di condotta di impresa responsabile, e l’Helpdesk REACH, promuovono l’indagine conoscitiva sulle buone pratiche delle imprese italiane "Innovazione sostenibile e inclusiva, e rendicontazione non finanziaria nel quadro dell’Agenda 2030 ", nell’ambito delle azioni inerenti i temi di Sviluppo Sostenibile e della rendicontazione non finanziaria, analizzati in un’ottica di implicazioni per le imprese nella predisposizione di strategie, meccanismi e processi innovativi, in linea con le policy pubbliche.

Il questionario mira anche a identificare esempi di imprese che, nelle proprie attività, hanno intrapreso un percorso di sostituzione delle sostanze SVHC con altre meno pericolose. Una gestione delle sostanze chimiche rispettosa di ambiente e salute, infatti, è elemento decisivo per il raggiungimento di alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals).

L’indagine rappresenta il primo passo di un percorso che porterà alla stesura di un rapporto di sintesi a cura del Ministero dello Sviluppo Economico i cui elementi chiave costituiranno la descrizione delle pratiche d’impresa in un’ottica aziendale integrata.

Il questionario può essere compilato e inviato entro il 29 novembre 2017 al seguente indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Per chiarimenti e informazioni di dettaglio è possibile scrivere alla dott.ssa Oriana Perrone, coordinatrice della ricerca Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

AdA

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