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News - Responsabilità Sociale

News - Responsabilità Sociale (160)

Porti di Napoli e Salerno, entro fine mese il decreto sulle zone economiche speciali

Porti di Napoli e Salerno, entro fine mese il decreto sulle zone economiche speciali

Sono in arrivo i Dpcm (Decreti del presidente del Consiglio dei ministri) per le Zone economiche speciali, il nuovo strumento inserito nell'ultima legge sul Mezzogiorno con l'obiettivo di attrarre investimenti utilizzando la leva delle agevolazioni fiscali, burocratiche e normative. La Puglia si candida con due Zes: Taranto, che si estenderà molto probabilmente sino a Matera, e Bari-Brindisi.

Entrambe le Zes avranno come riferimento le due Autorità portuali di sistema: Mar Ionio Taranto e Mar Adriatico meridionale Bari-Brindisi. I primi due Dpcm, ha annunciato il ministro per il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, incontrando sindacati e Confindustria, saranno pronti entro fine mese. "Il primo raccoglierà le regole generali per l'istituzione delle Zes, la loro delimitazione e le condizioni speciali di beneficio per i soggetti economici che vi operano o che vi si insedieranno, a cui le Regioni si dovranno attenere nel formulare la loro proposta di Zes. Il secondo, invece, conterrà i criteri e gli indirizzi per le semplificazioni amministrative nelle Zes": lo specifica Ludovico Vico, deputato Pd, della commissione Attività produttive della Camera.

In un secondo momento, successivamente all'individuazione delle Zes da parte delle Regioni, saranno emanati singoli Dpcm, uno per ogni Zes, in cui  si specificheranno le principali tipologie di intervento. Confermate da De Vincenti le due Zes in Puglia: quella interregionale di Taranto con la Basilicata e quella adriatica di Bari e Brindisi.

Le altre Zes sono: Napoli-Salerno; Gioia Tauro, che metterebbe in connessione Lamezia e Reggio Calabria; Catania-Augusta-Siracusa; Palermo, in connessione con Termini Imerese; Cagliari; la Zes interregionale Abruzzo e Molise con connessione fra Ortona, Vasto e Termoli, (Zes, rileva Vico, "a quanto pare un po' complicata da realizzarsi ma in ogni caso possibile"). "Ora sappiamo, conferma l'assessore allo Sviluppo economico, Michele Mazzarano, che Taranto è ufficialmente candidata come Zes per la Puglia, assieme a Bari-Brindisi, e questa è già una buona notizia" commenta il presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo. Il quale prende atto positivamente che la Regione Puglia ha inserito nel gruppo di lavoro della Zes per Taranto anche i vertici di Confindustria Taranto, Comune di Taranto e consorzio Asi (Area sviluppo industriale).

AdA

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Sviluppo sostenibile, istituito il Fondo europeo

Sviluppo sostenibile, istituito il Fondo europeo

Con Regolamento (UE) 2017/1601, pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, il Parlamento europeo e del Consiglio ha adottato un regolamento che istituisce un Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile (EFSD).  L'EFSD è lo strumento principale per l'attuazione del piano europeo per gli investimenti esterni (PIE) a sostegno degli investimenti nei paesi africani e del vicinato. L'obiettivo principale del piano è contribuire alla realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 stimolando la crescita e l'occupazione, affrontando al contempo le cause profonde della migrazione.

Partendo da un bilancio iniziale di 3 350 milioni di EUR, il fondo è destinato a generare fino a 44 miliardi di EUR di investimenti, che potrebbero raddoppiare se gli Stati membri e altri donatori contribuiranno in misura pari all'UE. Il fondo contribuirà a finanziare progetti in un'ampia gamma di settori, quali energia, trasporti, infrastrutture sociali, economia digitale, uso sostenibile delle risorse naturali, agricoltura e servizi locali.

Incoraggerà il settore privato a investire in paesi o settori nei quali altrimenti non investirebbe, ad esempio in paesi fragili o colpiti da conflitti. Analogamente al Fondo europeo per gli investimenti strategici, che sosterrà gli investimenti all'interno dell'UE, l'EFSD offrirà garanzie e sosterrà l'uso di meccanismi di finanziamento combinato per supportare progetti più rischiosi. Fungerà da "sportello unico" per ricevere proposte di finanziamento da enti finanziari e investitori pubblici o privati e fornire un ampio ventaglio di sostegni finanziari per gli investimenti ammissibili.

Il Parlamento europeo ha adottato il testo il 6 luglio. Il 28 settembre il consiglio strategico dell'EFSD terrà la sua prima riunione per discutere la strategia globale e le priorità di investimento per il fondo.

AdA

Scarica il Regolamento (UE) 2017/1601

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Privacy, scelta del responsabile della protezione dei dati

Privacy, scelta del responsabile della protezione dei dati

Il Garante per la protezione dei dati personali ha fornito le indicazioni per una corretta scelta del responsabile della protezione dei dati personali (Rpd). Le pubbliche amministrazioni, così come i soggetti privati, dovranno scegliere il responsabile della protezione dei dati personali con particolare attenzione, verificando la presenza di competenze ed esperienze specifiche. Non sono richieste attestazioni formali sul possesso delle conoscenze o l’iscrizione ad appositi Albi professionali.

Si tratta di un chiarimento del Garante in relazione alla nomina di questa nuova importante figura - introdotta dal regolamento Ue 2016/679 - che tutti gli enti pubblici e anche molteplici soggetti privati dovranno designare non più tardi del prossimo maggio 2018.

I responsabili della protezione dei dati personali – spesso indicati con l’acronimo inglese DPO (Data Protection Officer) – dovranno avere un’approfondita conoscenza della normativa e delle prassi in materia di privacy, nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano lo specifico settore di riferimento. Nella selezione sarà poi opportuno privilegiare soggetti che possano dimostrare qualità professionali adeguate alla complessità del compito da svolgere, magari documentando le esperienze fatte, la partecipazione a master e corsi di studio/professionali (in particolare se risulta documentato il livello raggiunto).

L’Autorità ha inoltre chiarito che la normativa attuale non prevede l’obbligo per i candidati di possedere attestati formali delle competenze professionali, così come non è prevista l’istituzione di un albo dei “Responsabili della protezione dei dati”.

AdA

fonte Sole24Ore 265/17

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Accoglienza, con i nuovi appalti più controlli e trasparenza

Accoglienza, con i nuovi appalti più controlli e trasparenza

«Voglio fare un appello: questa nuova regolamentazione sugli appalti per i centri di accoglienza per i migranti è una vera sfida per le persone perbene. Sono convintissimo che ci sono tante realtà meritevoli non solo di non essere accomunate ai delinquenti e che anzi meriterebbero una medaglia, ma possono emergere solo grazie a un sistema di regole. E per questo noi ci aspettiamo da parte loro una collaborazione, non una protesta generica che mette in discussione un sistema che con grande fatica sta provando a uscire dal far west». Così Raffaele Cantone spiega le motivazioni delle 'Linee guida' dell'Anac e il decreto del Ministero dell' Interno che ha provocato preoccupazioni e critiche tra i sindacati e parte del mondo cooperativo. «Ci saranno problemi? - aggiunge il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione -. Siamo disponibili a dare tutto il supporto. Chi opera nelle regole troverà le condizioni migliori. Nel far west c'era anche chi faceva lo sceriffo in modo corretto, ma spesso la stella se la mettevano i banditi. Sarei molto dispiaciuto se i tanti operatori che nascono dal mondo del volontariato, dal mondo cattolico, che non hanno mai pensato che questo era un affare, venissero strumentalizzati per far saltare un sistema che, invece, deve inserire le regole e soprattutto punire i troppi banditi che fanno danni alle persone perbene».

Cosa non andava? Non c'era mai stato un modello che regolasse gli appalti relativi al sistema di accoglienza. La logica era sempre stata quella dell' intervento attraverso meccanismi di urgenza, molto spesso extra ordinem e molto poco rispettosi delle norme. Il settore in passato era stato sottovalutato perché ritenuto poco appetibile economicamente, ma quando è diventato molto appetibile e anche molto di interesse delle organizzazioni criminali - l' Anac ha cominciato ad occuparsene facendo le Linee guida sul Terzo settore e poi collaborando all' intervento del ministero dell' Interno che rappresenta un provvedimento molto positivo provando a introdurre una serie di regole contro i rischi di distorsione.

Si dice che la scelta della divisione in lotti renderebbe problematico un rapporto di fiducia tra diversi partecipanti, col rischio che arrivi qualcuno poco chiaro. Non ho elementi per escludere che queste preoccupazioni siano fondate, ritengo che però la mancata suddivisione in lotti si presti a rischi molto maggiori. La suddivisione in lotti è un principio imposto dal Codice dei contratti e dall' Europa, nella logica di consentire la partecipazione delle medie e piccole imprese e soprattutto di quelle locali. Prima i soggetti che erano in grado di mettere insieme le attività che andavano da quelle educative a quelle dei pasti, erano oggettivamente talmente pochi che in realtà erano appalti soltanto formali. Non è un caso che quello per il Cara di Mineo, appalto simbolo di come funzionava il sistema, aveva visto un solo partecipante e un ribasso dell' 1%. È evidente che quando si chiede una serie di capacità, oltretutto già svolte, sostanzialmente si elimina ogni forma di concorrenza, creando una situazione di assoluto monopolio, in contrasto con quello che prevede il Codice.

E i problemi denunciati? Quelli occupazionali non possono essere un alibi. Il tema del mantenimento dei posti di lavoro viene garantito attraverso la clausola sociale. E poi la divisione in lotti, oltre a essere obbligatoria, consente una maggiore partecipazione agli operatori locali e anche a quelli specializzati nei singoli ambiti e quindi farà sì che tutti i soggetti che avranno mantenuto le proprie competenze avranno la possibilità di diversificare anche territorialmente le loro presenze. Dunque il decreto va nella giusta direzione perché è molto equilibrato.

Non c'è il rischio che la partecipazione di piccoli operatori abbassi la qualità dei servizi e che, per tenere bassi i costi, si risparmi sui lavoratori? È il contrario. I lotti non sono così bassi e quindi non potranno partecipare microperatori. Invece si consentirà di partecipare ad imprese che hanno il know how specifico in quella materia. Mentre il 'superlotto' lo consente solo a soggetti che si sono creati le specializzazioni in tutti gli ambiti. Anche il rischio di infiltrazioni non regge. A parte il fatto che le indagini hanno dimostrato che finora le infiltrazioni sono state enormi, il sistema non le ha impedite, anzi in qualche caso le ha favorite. E poi non dobbiamo dimenticare che gli appalti vengono dati dalle prefetture che dovranno fare controlli molto approfonditi.

Però la stessa Anac ha segnalato una certa difficoltà delle prefetture nel gestire l' accoglienza. È vero. Soprattutto perché è stata usata la logica dell' emergenza, spesso affidandosi agli enti locali. Con molti problemi di trasparenza. Oggi invece col decreto del ministro, soprattutto per gli interventi maggiori, si stabiliscono regole molto chiare che non so fino a che punto troveranno le prefetture preparate, ma almeno ci sono regole chiare. Il decreto nasce tenendo presente le criticità e provando a mettere degli argini. Siamo ancora a una logica sperimentale, poi andrà verificato se funziona. Ma va nella giusta direzione.

Potrà essere applicato caso per caso? Si potrà tener presente di esperienze maturate che altrimenti si corre il rischio di perdere? Le professionalità possono essere assolutamente tutelate, ma non nella logica del monopolio. Piuttosto nella logica dell' apertura ad altri operatori. Facendo salve tante esperienze locali, piccole, medie o grandi, molto positive che avranno comunque ancora spazi nei nuovi appalti.

Dopo 'mafia capitale' quale è oggi la situazione del sistema di accoglienza? C' è anche corruzione? Ci sono ancora interessi delle mafie? Non mi sento di generalizzare, ma le indagini e una serie di interventi sicuramente hanno avuto un effetto positivo per provare a riportare le regole. Se mi chiede se oggi tutto è tranquillo non me la sentirei di dirlo. Dove il sistema non è stato messo a regime la situazione è ancora poco trasparente. Ma non come prima, come con Buzzi e Carminati. Oggi è molto più controllato, c'è maggiore attenzione.

Ci sono rischi per l'approvazione da parte del Parlamento del Codice antimafia. Anche lei ha fatto alcune critiche. Il Parlamento ha lavorato molto bene, ci sono molti passi in avanti, tante novità che poi andranno verificate nel concreto. A maggior ragione la norma che ha parificato la corruzione ai reati mafiosi credo sia un errore e rischia di mettere in discussione un impianto che è positivo. Quindi, per quanto non sia giuridicamente da puristi, va bene la soluzione trovata di approvarlo così e poi cambiare quella norma. Salva la sostanza del provvedimento, dunque ben venga.

Come giudica l'incontro del Papa con la Commissione antimafia? È un messaggio simbolico molto importante. È un pieno sostegno alla lotta alla mafia e alla corruzione. Papa Francesco conferma di porsi in una linea molto avanzata nelle tematiche sociali. Poi le sue parole dimostrano come sia consapevole di molti problemi, come la sua richiesta di maggiore tutela dei testimoni di giustizia.

fonte Avvenire A.M.M. 22/09/17

AdA

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Terzo settore e impresa sociale. Nuove norme

Terzo settore e impresa sociale. Nuove norme

Anche l’impresa sociale ha beneficiato della recente ventata riformatrice che ha interessato il Terzo settore: essa infatti trova finalmente, con il decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 112 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 19 luglio), una compiuta disciplina nel nostro ordinamento, la quale deve essere composta coordinando, oltre che le norme del decreto 112, quelle degli enti del Terzo settore e quelle del Codice civile.

La qualifica di “impresa sociale” (che spetta di diritto alle cooperative sociali e loro consorzi) può essere acquisita da tutti gli enti privati, non profit e profit, del nostro ordinamento (e, quindi, anche dalle società, salvo quelle unipersonali), i quali esercitino, in via stabile e principale (tale è l’attività che produce ricavi superiori al 70% del totale) un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività.

È invece preclusa l’assunzione della qualifica di impresa sociale agli enti i cui atti costitutivi limitino, anche indirettamente, l’erogazione dei loro beni e servizi in favore dei soli soci o associati.

Le norme sull’impresa sociale si applicano, se svolgono le attività sopra elencate, anche agli enti religiosi civilmente riconosciuti, a condizione che essi adottino, con atto pubblico o scrittura privata autenticata, un regolamento che recepisca quanto stabilito dal decreto 112/2017, dedichino a dette attività un patrimonio ad esse destinato e tengano per esse scritture contabili separate.

La legge stessa indica un lunghissimo elenco per definire quali siano le predette attività d’interesse generale tipiche dell’impresa sociale: tra esse, ad esempio, i servizi sociali, le prestazioni sanitarie, l’educazione, l’istruzione e la formazione professionale, le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa, gli interventi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente e all’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali (escludendo però l’attività di raccolta e riciclaggio dei rifiuti), gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, la formazione universitaria e post-universitaria, la ricerca scientifica di particolare interesse sociale, eccetera.

Viene peraltro precisato che si considera comunque di interesse generale, indipendentemente dal suo oggetto, l’attività d’impresa nella quale, per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, sono occupati (per non meno del 30% della forza lavoro complessiva) lavoratori “molto svantaggiati”, persone svantaggiate o con disabilità nonché persone beneficiarie di protezione internazionale e persone senza fissa dimora che versi no in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un’abitazione in autonomia.

L’impresa sociale deve essere costituita mediante atto pubblico, nel quale va esplicitato il carattere sociale dell’oggetto dell’impresa e l’assenza di scopo di lucro: è prescritto, al riguardo, che l’impresa sociale destina eventuali utili e avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del sui patrimonio e che è vietata la distribuzione, anche indiretta, di utili ed avanzi di gestione, fondi e riserve comunque denominati. L’atto costitutivo e le sue successive modificazioni devono essere depositati nel registro delle imprese, il quale dedica alle imprese sociali un’apposita sezione.

AdA

fonte Sole24Ore 193/17 AB

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Responsabilità Sociale: disponibile un nuovo documento per utilizzare al meglio la ISO 26000

Responsabilità Sociale: disponibile un nuovo documento per utilizzare al meglio la ISO 26000

In 7 anni la norma ISO 26000 si è imposta come riferimento chiave per l’attuazione di pratiche di responsabilità sociale in qualsiasi organizzazione. Adottata a livello nazionale in 80 Paesi e tradotta in più di 20 lingue, la norma ha rappresentato la base sulla quale la Commissione europea ha costruito la sua strategia di corporate social responsibility (CSR).
Allo scopo di aiutare le organizzazioni ad ottimizzare ancora di più i vantaggi della ISO 26000 - utilizzando un approccio per sistemi di gestione - è stato recentemente pubblicato l’International Workshop Agreement IWA 26Using ISO 26000 guidance on social responsibility in management systems.
Poiché la ISO 26000 è stata elaborata prima dell’introduzione della ISO High-Level Structure (HLS), il quadro comune a tutte le norme sui sistemi di gestione volto a garantire coerenza all’interno di una organizzazione, questo IWA aiuterà gli utilizzatori degli standard sui sistemi di gestione (MSS-Management System Standard) a integrare in modo più efficace la responsabilità sociale nella loro impresa.

Vai al sito ISO

mb

Fonte UNI

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Subappalto, dall’Ance indicazioni pratiche per orientare le imprese

Subappalto, dall’Ance indicazioni pratiche per orientare le imprese

Il Codice Appalti (D.lgs. 50/2016) ha stravolto le norme sul subappalto. Lo sa bene l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), che ha redatto un vademecum sul subappalto per facilitare l’attività delle imprese.
 
La quota della prestazione che il concorrente intende subappaltare, ricorda l’Ance, deve essere indicata in sede di offerta. Nello stesso momento, ove richiesto, va comunicata la terna dei potenziali subappaltatori. Per ogni subappaltatore bisogna allegare il Documento di gara unico europeo (DGUE) e il PASSOE.
 
Perché la Stazione Appaltante autorizzi il subappalto, l’aggiudicatario del contratto di appalto deve depositare il contratto di subappalto presso la stazione appaltante almeno 20 giorni prima della data di inizio dell'esecuzione delle prestazioni. Contestualmente al deposito del contratto, l’aggiudicatario deve trasmettere la certificazione sui requisiti del subappaltatore, la dichiarazione del subappaltatore attestante l'assenza dei motivi di esclusione di cui all'articolo 80.
 
Nel caso in cui sia richiesta l’indicazione della terna, il possesso dei requisiti previsti dall’articolo 80 deve essere dichiarato dal concorrente al momento della presentazione dell’offerta e la Stazione Appaltante compie una nuova verifica al momento dell’autorizzazione.
 
L’affidatario deve acquisire una nuova autorizzazione integrativa qualora l'oggetto del subappalto subisca variazioni nel corso dell’esecuzione e l'importo dello stesso sia incrementato.

AdA

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Appalti sotto soglia, criteri di gara liberi

Appalti sotto soglia, criteri di gara liberi

Agli appalti di valore inferiore alla soglia comunitaria gestiti mediante la procedura semplificata prevista dall'articolo 36 del codice non si applicano i vincoli alla scelta del criterio del massimo ribasso, previsti per le procedure ordinarie.

La sentenza del Tar Lazio-Roma, Sezione III, n. 6929 decisa nella camera di consiglio dell'8 febbraio 2016 getta una luce nuova e particolare sulle modalità con le quali applicare l'articolo 36 del codice dei contratti, dedicato alla disciplina delle procedure di gara sotto soglia, mediante procedura «negoziata» e in alternativa alle procedure «ordinarie» previste dall'articolo 59 del medesimo codice: procedure aperte, procedure ristrette, partenariato per l'innovazione, procedura competitiva con negoziazione, dialogo competitivo e procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara quando sussistono i presupposti previsti dall'articolo 63.

Nel caso analizzato dalla sentenza del Tar Lazio, un'impresa, tra le altre doglianze, ha evidenziato per un appalto retto appunto dall'articolo 36, comma 2, lettera b), del dlgs 50/2016 la violazione dell'articolo 95, commi 4 e 5, perché la stazione appaltante aveva utilizzato il criterio di gara del minor prezzo (o massimo ribasso), in assenza dei presupposti che abilitavano tale scelta. Mancavano, secondo il ricorrente, per l'appalto di servizi oggetto della controversa (una piattaforma per la rassegna stampa online) le caratteristiche imposte dalla normativa per avvalersi del massimo ribasso: lo svolgimento di «prestazioni standardizzate», oppure caratterizzate da «elevata ripetitività». Dunque, secondo il ricorso si sarebbe dovuto scegliere il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa.

Il Tar, tuttavia, ha rigettato questo motivo di ricorso, alla luce di una lettura molto evolutiva delle disposizioni dell'articolo 36 del dlgs 50/2016. I giudici amministrativi hanno dato particolare rilievo alle previsioni del comma 1 del citato articolo 36, ai sensi del quale «l'affidamento e l'esecuzione di lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di cui all'articolo 35 avvengono nel rispetto dei principi di cui agli articoli 30, commi 1, 34 e 42, nonché del rispetto del principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti e in modo da assicurare l'effettiva possibilità di partecipazione delle microimprese, piccole e medie imprese. Le stazioni appaltanti possono, altresì, applicare le disposizioni di cui all'articolo 50».

Secondo la sentenza, è da enfatizzare la circostanza che la procedura semplificata prevista dall'articolo 36, comma 2, impone all'ente aggiudicatore di «applicare soltanto i principi in materia di contrattualistica pubblica di cui all'art. 30, comma 1, del dlgs 50 e non, puntualmente e pedissequamente, disposizioni specifiche quali quelle invocate da parte ricorrente».

Pertanto, dal tenore della decisione del Tar Lazio, si desume che la disciplina degli appalti contenuta nell'articolo 36 costituisce un sistema a sé stante, nel quale non operano (a meno che non siano espressamente richiamate dalle norme di gara) le disposizioni del codice, ivi comprese quelle relative ai criteri di selezione del contraente. In sostanza, quindi, per gli appalti sotto le soglie previste dall'articolo 36, comma 2, le stazioni appaltanti avrebbero piena libertà di scegliere i criteri di gara (massimo ribasso oppure offerta economicamente più vantaggiosa), senza il vincolo di applicare obbligatoriamente le previsioni contenute nell'articolo 95 del codice, da considerare, quindi, cogenti solo nel caso di utilizzo delle procedure «ordinarie».

AdA

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Nel report le informazioni sui modelli da «231»

Nel report le informazioni sui modelli da «231»

Con il prossimo anno, il reporting societario si arricchisce della “dichiarazione consolidata di carattere non finanziario”, introdotta con il Dlgs 30 dicembre 2016, n. 254, in attuazione alla direttiva 2014/95/UE sulla «non financial and diversity information». La “dichiarazione” dovrà essere presentata nel 2018 con i bilanci degli esercizi successivi al 1° gennaio 2017 da parte degli enti di interesse pubblico e dalle imprese di grandi dimensioni e dovrà coprire le materie ambientale, sociale, attinente al personale, al rispetto dei diritti umani ed alla lotta contro la corruzione attiva e passiva.

L’informativa non finanziaria cambierà anche il modo in cui le società comunicano sul tema della compliance al Dlgs 231/2001 in materia di responsabilità da reato degli enti. Il cambiamento inciderà su forma e sostanza e farà auspicabilmente compiere alla prassi applicativa quel salto di qualità da tempo invocato.

La direttiva prevedeva, nei contenuti minimi della informativa, una «breve descrizione del modello aziendale dell’impresa”. Il decreto 254 precisa che dovranno essere fornite informazioni sul «modello aziendale di organizzazione e di gestione» delle attività di impresa, «ivi inclusi i modelli di organizzazione e gestione eventualmente adottati» in base al decreto 231 (cosiddetto Mog). Viene così sancito che il Mog è parte integrante del più generale modello di gestione e organizzazione dell’impresa, potendo, a seconda delle dimensioni dell’impresa, coincidere con esso.

Il legislatore del decreto 231 aveva concepito il Mog come un sistema di regole e controlli interni del tutto a se stante, in ragione della sua finalità di prevenire la commissione di determinati reati e di esonerare l’ente dalla responsabilità derivante dagli stessi, senza preoccuparsi della sua armonizzazione con il generale modello di gestione aziendale, e tantomeno della superfetazione che avrebbe comportato l’introduzione nell’ordinamento in tempi diversi di varie forme di autoregolamentazione dell’impresa (incluso, appunto, il Mog) non coordinate tra loro. Sul piano sostanziale, la compliance 231 entra nell’informativa non finanziaria poiché alcune tematiche trattate da questa sono anche regolate dal Mog, in quanto incidono su aree dell’attività e dell’organizzazione aziendali interessate da rischi di reato 231.

Prescrivendo informazioni su «politiche praticate dalle imprese, comprese quelle di due diligence, i risultati conseguiti tramite di essi ed i relativi indicatori fondamentali di prestazione di carattere non finanziario», nonché sui «principali rischi, generati o subiti, connessi a tali temi e che derivano dalle attività d’impresa, dei suoi prodotti, servizi o rapporti commerciali, incluse, ove rilevanti, le catene di subappalto», il decreto 254 apre dunque la strada ad una reportistica inedita, più ampia e qualitativa, (anche) sulla compliance 231.

L’informazione in tema di compliance 231 è stata fino ad ora tutta interna alla dialettica tra organismo di vigilanza (Odv) e organi sociali. Dal 2018, queste notizie dovranno confluire nella “dichiarazione consolidata”, che è responsabilità dell’organo amministrativo e deve essere redatta in conformità con i requisiti (compresi quelli di veridicità e completezza) previsti dal decreto 254, per non incorrere nelle sanzioni da esso previste. Il consiglio dovrà quindi elaborare una posizione autonoma in materia, per poi esprimerla nella “dichiarazione”. L’aspetto qualitativo della disclosure non finanziaria richiederà una sua valutazione critica complessiva sull’adeguatezza dei presidi 231 e sulla loro effettività.

Una possibile conseguenza di questa confluenza sarà il rafforzamento del ruolo dell’Odv, sul giudizio tecnico del quale organi sociali e revisore faranno reliance per esprimersi in merito. È auspicabile che ciò aiuterà a superare la diatriba Odv-collegio sindacale non già nel senso di consolidare la tendenza alla confusione dei ruoli (con l’attribuzione al secondo delle funzioni di Odv), bensì rafforzando il ruolo dell’Odv come unità specialistica interna all’azienda incaricata della vigilanza sulla tenuta complessiva dei presidi penal-preventivi, che trova negli organi sociali, e nel collegio sindacale in particolare, non già il motore, bensì il terminale.

AdA

fonte Sole24Ore 185/17 BG

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Bilancio integrato con i rischi d’impresa

Tra tutti gli strumenti che oggi le imprese possono scegliere per comunicare con lo stakeholder il più innovativo è rappresentato dal bilancio integrato stante che il report finanziario tradizionale non soddisfa pienamente i nuovi bisogni conoscitivi. Se, infatti, comunicare i rischi dell’impresa poteva sembrare eccessivo fino a qualche anno fa, dall’esercizio 2017 è richiesto dalla normativa.

La direttiva 2014/95/UE e il Dlgs 254/2016 di recepimento impongono un nuovo obbligo alle imprese: quello di redigere una dichiarazione di carattere non finanziario che descriva i principali rischi, generati o subiti, che derivano dalle attività imprenditoriale (prodotti, servizi o relazioni commerciali). L’ambito dell’informativa è ampio e investe i temi ambientali, sociali, il personale, il rispetto dei diritti umani, la lotta contro la corruzione attiva e passiva. Sempre che siano rilevanti, considerando le caratteristiche dell’impresa e del suo business.

In questi decenni le modalità in cui le aziende comunicano con i clienti, i dipendenti, i fornitori, i media e gli analisti si sono modificate sia per soddisfare al meglio le crescenti richieste informative sia per mettere in luce la propria identità e i propri punti di forza. A tal fine, uno dei passaggi fondamentali è stato quello di comunicare le informazioni di natura non finanziaria con il bilancio di sostenibilità sin dai primi anni Novanta.

L’evoluzione più recente è rappresentata dal bilancio integrato introdotto nel 2013 da un gruppo di autorevoli studiosi fondatori dell’ente non profit che ne monitora il framework a livello globale: l’International integrated reporting council (Iirc). La finalità è quella di illustrare in sintesi come l’organizzazione crei valore nel tempo e i portatori d’interesse possono trarne benefici.

All’interno di questo documento sono presentate la “mission” e la “vision” che esplicitano principi e valori sui quali si basa l’azienda e le modalità con le quali raggiungere gli obiettivi connessi a tale etica valoriale. L’Iirc prevede che il bilancio integrato si focalizzi sul concetto della creazione di valore, considerando sei forme di capitale rilevanti - finanziario, umano, naturale, sociale, infrastrutturale, intellettuale - evidenziando in forma sintetica le attività e i dati rappresentativi di un anno d’esercizio. L’impatto informativo e comunicativo, del quale il rapporto integrato dispone, dipende anche dalla struttura con il quale viene redatto. “Mission” e “vision” infatti fungono da “apripista” ad un contenuto alfanumerico per connettere la responsabilità sociale d’impresa al core business più tradizionale tramite un pensiero integrato.

La direttiva sopracitata esprime chiaramente l’importanza della comunicazione di informazioni non finanziarie al fine di accrescere la fiducia degli stakeholder, consumatori e investitori, individuando i rischi connessi all’attività d’impresa. La comunicazione di quest’ultimi, in particolare, assolve a un impegno di responsabilità sociale: scongiura, rendendole trasparenti, prassi gestionali scorrette che possano avere un impatto negativo sull’economia e sulla collettività. Una rendicontazione chiara sui rischi aziendali consente di valutare gli impatti del business nel lungo termine. Essa può pertanto stimolare attività di prevenzione e di mitigazione nonché il perfezionamento dei processi decisionali e di scambio informativo tra il management e il board finalizzato a migliorare il monitoraggio progressivo degli obiettivi di medio-lungo termine.

Il bilancio integrato è da considerarsi ancora all’avanguardia in Italia, seppur si stia diffondendo tra le aziende di maggior dimensione e presenza sul mercato. Secondo studi recentemente condotti, gli Stati che attualmente lo utilizzano sono Sud Africa, Olanda, Spagna, Giappone e Paesi Bassi. Per guardare più vicino a noi, a metà maggio l’Istituto francese degli amministratori (Afa) ha lanciato un documento per sollecitare le imprese a pubblicare il bilancio integrato. Auspicabilmente questa forma di report andrebbe adottato da tutte le grandi imprese. I nuovi obblighi informativi previsti dal Dlgs 254/2016 a decorrere dall’esercizio finanziario avente inizio dal 1 gennaio 2017 potrebbe rappresentare uno stimolo verso questa direzione. Non solo per rispondere a un’esigenza di conformità normativa ma soprattutto per cogliere un’opportunità di rappresentare la propria responsabilità sociale e principi etici del business aziendale.

fonte Sole24Ore 185/17 ER e YY

AdA

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